Riflessioni itineranti sul progetto Ailanto<3, di Fulvio Chimento

2 - Fulvio Chimento curatore di Ailanto. Ph. Cuoghi Corsello, 2018

 

Ailanto è un progetto artistico-poetico itinerante, nato nel 2016, ideato per adattarsi come una specie vegetale ai differenti contesti espositivi ospitanti. Nella sua attuazione a Roma all’interno del Parco Archeologico dell’Appia Antica, accentua alcune delle caratteristiche che ne hanno permesso il proliferare sul territorio nazionale. Questo progetto artistico si può definire principalmente con tre aggettivi: “trasversale”: mette in relazione artisti e linguaggi espressivi tra loro differenti, professando una comunità d’intenti tra l’arte ritenuta ufficiale e quella più legata alla strada; “indipendente”: i diversi capitoli della mostra sono stati finanziati da enti pubblici o, come nel caso di Roma, da una campagna di crowdfounding, che ha permesso al progetto di mantenersi libero da condizionamenti esterni; “condiviso”: il gruppo di lavoro che ha seguito la nascita del progetto ha scelto di confrontarsi in tutte le fasi evolutive del progetto stesso, anche per quanto riguarda l’elaborazione e l’allestimento delle opere nel percorso espositivo. Questi ingredienti hanno permesso ad Ailanto di raggiungere il proprio obiettivo, ovvero diventare “infestante”: radicarsi simbolicamente lungo l’intero territorio nazionale. La mostra, infatti, è stata allestita in forme sempre differenti al Nord, Sud e Centro Italia, in  luoghi scelti per il loro valore simbolico: Modena (2016), Biblioteca di storia dell’arte Luigi Poletti; Palermo (2016), Padiglione Tineo dell’Orto Botanico; Roma (2018), fino al 29 settembre alla Villa dei Quintili.

Nel suo evolversi il progetto si è caricato di esperienze e significati differenti che ne hanno permesso uno sviluppo complesso dal punto di vista critico e curatoriale. A Modena erano presenti soprattutto opere su carta, libri d’artista e fotografie d’archivio che restituivano la complessità della disciplina del writing e l’essenza poetica dell’arte di strada. Le opere erano collocate in teche in legno abitualmente utilizzate per proteggere i volumi cartacei, ma anche inserite orizzontalmente sotto vetro nei tavoli utilizzati dagli utenti per la consultazione dei libri. Il Padiglione Tineo dell’Orto Botanico di Palermo (oggi una delle sedi principali di Manifesta12) ha accolto una mostra complessa, nella quale hanno convissuto l’approccio tassonomico del writing, espresso dalle tavole originali del trattato Lo stile secondo Dado (libro pubblicato nel 2017 dall’Università di Sociologia di Trento), e le sottili composizioni di Cuoghi Corsello, che sembravano respirare all’unisono con la natura stessa del luogo. La mostra palermitana ha esaltato del writing la spinta metamorfica e spirituale.

A Roma la mostra presenta degli spunti interessanti nell’approccio metodologico al contesto espositivo di particolare pregio: la Villa dei Quintili, già abitazione dell’Imperatore Commodo, è interamente collocata all’interno del Parco Archeologico dell’Appia Antica, che per il suo valore architettonico e paesaggistico rappresenta un unicum a livello mondiale. Il confronto con la magnificente frammentarietà della Villa e l’attitudine degli artisti nel calarsi nel contesto naturalistico ha rappresentato lo stimolo principale per dare vita a una mostra in grado di muoversi in una direzione opposta rispetto a quanto proposto in Italia nella relazione tra aree archeologiche e arte contemporanea. Solitamente la misura prediletta è quella dell’utilizzo/sfruttamento delle strutture archeologiche di pregio quali quinte teatrali allo scopo di far risaltare le opere in mostra, trattando di fatto lo spazio archeologico al pari di un museo o di un padiglione fieristico. Alla Villa dei Quintili, al contrario, si è scelto di dislocare le opere negli spazi di raccordo, o in luoghi insoliti, in grado di disorientare lo spettatore, spingendolo a un coinvolgimento visivo inusuale, con la ricchezza paesaggistica che si staglia di fronte alle opere. Il soggetto principale della mostra resta quindi il luogo fisico, la Villa stessa, tutte le sue caratteristiche rimangono intatte: la profondità visiva dei campi prospettici, le repentine variazioni atmosferiche che trasformano il paesaggio, l’alternanza tra suoni urbani e naturali. Ma, al tempo stesso, le opere moltiplicano i punti vista e mirano a creare un raccoglimento interiore nel visitatore, con il loro carattere volutamente mimetico, difficilmente rintracciabili a uno sguardo disattento, sono calate nel contesto naturale, anche grazie al fatto di essere state realizzate e assemblate nella stessa area archeologica. Alcuni lavori sono volutamente nascosti, per esempio Il buco, realizzata da Cuoghi Corsello in collaborazione con gli archeologi operanti nella Villa all’interno di una cisterna romana del II secolo d.C.. Questo lavoro può essere osservato solamente dal cancello che chiude la cisterna (non accessibile al pubblico), a dimostrazione di come un’opera possa infondere valore energetico (e senso) al percorso espositivo indipendentemente dalla sua mera visibilità. Stefano Arienti colloca il suo grande Ailanto rosso, stampato su un telo in pvc dalla lunghezza di 11 metri, esposto nel 2012 all’Isabel Stewart Museum di Boston, e ora qui allestito in terra all’interno della Cisterna Piranesi; tale scelta trasforma radicalmente il senso dell’opera accentuandone i toni drammatici. In prossimità delle Grandi Terme Dado colloca la sua Altalena in acciaio, tenuta bloccata nella posizione di slancio verticale, rimarcando il valore poetico dell’arte di strada e l’immediatezza della sua forza espressiva. Risulta  mimetico anche l’intervento di Rusty, intitolato 400 ml,  inserito nell’area dedicata alle palestre che ospitavano gli atleti che si esibivano nel ludus. Qui il writer bolognese compone un intervento musivo ispirato ai mosaici già presenti nell’area ricorrendo ai tappi occludenti delle bombolette spray. La bomboletta, simbolo indigesto all’arte ufficiale e alle amministrazioni pubbliche, diventa “oggetto elevato” in grado di dare vita a una trama artistica di pregio.

Ailanto<3 alla Villa dei Quintili è una mostra in continua trasformazione: una delle opere di Stefano Arienti, per esempio, Carota selvatica, è stata allestita in corso d’opera a distanza di un mese e mezzo dall’inaugurazione. Ma in generale tutte le opere in mostra subiscono trasformazioni generate dagli agenti atmosferici, questi “adattamenti” vengono documentati per dare vita a un catalogo finale che mostri l’agire del tempo sulle strutture. Da questo punto di vista risultano emblematici i tre Miraggi, realizzati da Cuoghi Corsello con specchi disposti a terra per creare nel visitatore un effetto di distorsione atmosferica nella visione del paesaggio (Miraggio 1 è visibile anche agli automobilisti che percorrono in macchina l’Appia Nuova). Proprio questo intervento sta subendo le maggiori trasformazioni, causate dalla crescita delle piante spontanee presenti in loco, principalmente le erbe tipiche della campagna romana: malva, finocchio selvatico, cicorie, che si integrano con le forme impresse agli specchi da Cuoghi Corsello.

Altro aspetto caratterizzante della mostra è quello relativo al suono. Tutti i suoni presenti sono pre-esistenti (non generati), e contribuiscono in modo determinante nella fruizione del percorso espositivo, che prende il via nella zona limitrofa all’Appia Nuova, con la presenza di sonorità legata alla strada e le interferenze degli aerei provenienti dal limitrofo Aeroporto di Ciampino. Il percorso, dopo aver attraversato il nucleo degli edifici architettonici di età romana, si conclude nei pressi di Santa Maria Nova, complesso medioevale posizionato al limitare dell’Appia Antica. In questo trapasso la natura prende il sopravvento sui suoni meccanici, il visitatore lentamente di distacca dal sé, la presenza dei suoni degli uccelli e dello scampanellio delle capre del campo circostante diventa dominante, inducendo il piano d’ascolto del visitatore verso una dimensione interiore e contemplativa. Questo corredo sonoro involontario sembra vivere espanso all’interno dell’ampio perimetro della Villa, e rappresenta una delle componenti più sottili della mostra, che si presta a essere fruita principalmente come esperienza di “ascolto visivo”. Così, il visitatore diviene anche “testimone” del luogo, ed è chiamato a vivere lo spazio come “esploratore-camminatore”; la sua dimensione interiore è fortemente condizionata dalla frammentarietà della visione esterna e dal fascino struggente della campagna romana: architettura e paesaggio si fondono, passato e presente sembrano poter convivere lungo una linea immaginaria, e spesso invisibile, tracciata dagli artisti.

 

Note a margine:

Le opere in mostra sono stare realizzate direttamente all’interno della Villa in un periodo complessivo di dieci giorni. La maggior parte di esse sono state assemblate all’interno della Grande Cisterna del II secolo d. C., che ha permesso agli artisti di lavorare, ma anche di proteggersi dal caldo e dalla pioggia. Questa stessa cisterna durante il Novecento ha offerto riparo e protezione alla popolazione civile durante le due guerre mondiali, e successivamente è stato il rifugio per greggi di pecore e di capre, che ancora oggi rappresentano uno dei tratti dominanti del paesaggio dell’Appia Antica. Accanto alla cisterna è presente una sorgente di acqua minerale proveniente direttamente dal sottosuolo (nelle vicinanze è presente la fonte Egeria), che ha permesso ad artisti e curatore di dissetarsi. Proprio l’elemento acqua rappresenta uno dei tratti principali della mostra, in quanto segno tangibile dello scorrere del tempo. Durante i giorni dell’allestimento, gli artisti hanno vissuto insieme in un appartamento al Laurentino 38, estrema periferia collocata nella parte sud di Roma. Ailanto è un progetto naturalmente periferico, immune alla forza centripeta, simbolo di quei linguaggi (e di quegli artisti) che non avvertono la necessità di uniformarsi alle tendenze dominanti. La periferia è il punto di partenza e di arrivo del progetto, quale condensatrice di lucidità creativa e di emotività. Non a caso lo spazio della periferia coincide con la dimensione naturalmente tracciata dalla pianta di ailanto.

1 - Miraggio 3_Cuoghi Corsello, 2018

Cuoghi Corsello, Miraggio 3, Villa dei Quintili, Roma, 2018; 150 specchi cm. 40×40. Ph. Cuoghi Corsello
3 - Stefano Arienti, Ailanto rosso, 2018

Stefano Arienti, Ailanto rosso (Cisterna Piranesi), Villa dei Quintili, Roma, 2018; stampa digitale su PVC forato, 11 x 5 m. Ph. Cuoghi Corsello

4 - Dado, Altalena, 2018. Ph. Cuoghi Corsello

Dado, Altalena, Villa dei Quintili, Roma, 2018; tubi innocenti saldati con piastre di ferro, 2,20×2,20×4 m. Ph. Cuoghi Corsello

5 - Cuoghi Corsello, CK8, 2018. Ph. Cuoghi Corsello

Cuoghi Corsello, CK8, Villa dei Quintili, Roma, 2018; 30 tondini in ferro diametro 0,8. Ph. Cuoghi Corsello

6 - Cuoghi Corsello, Miraggio 1, 2018. Ph. Cuoghi Corsello

Cuoghi Corsello, Miraggio 1, Villa dei Quintili, Roma, 2018; 300 specchi cm. 40×40. Ph. Cuoghi Corsello

7 - Rusty, 400 ml, 2018. Ph. Cuoghi Corsello

Rusty, 400 ml, Villa dei Quintili, Roma, 2018; 500 bombolette spray di alluminio. Ph. Cuoghi Corsello

8 - Scavi archeologici alla Villa dei Quintili, 2018. Ph. Cuoghi Corsello 2018

Scavi archeologici in corso alla Villa dei Quintili a Roma durante la mostra Ailanto<3, 2018. Ph. Cuoghi Corsello

9 - Stefano Arienti, Carota selvatica, 2018.

Stefano Arienti, Carota selvatica, Villa dei Quintili, Roma, 2018; stampa digitale su PVC forato, 11 x 5 m.

Immagine di apertura: il curatore Fulvio Chimento durante l’allestimento di Ailanto<3 a Roma alla Villa dei Quintili, 2018. Ph. Cuoghi Corsello