BAR-Basilicata Art Residency | Intervista a Francesca D’Aria, di Stefano Serusi

Filippo Luini, Senza titolo, da Adda Scalancà, 2017, courtesy the artist

 

 

 

Ho intervistato la curatrice Francesca D’Aria in occasione della seconda edizione di BAR-Basilicata Art Residency, residenza organizzata da Spazio Esteso, che ha nuovamente a Grottole la sua sede.

Cerchio Magazine ha avuto il piacere di occuparsi della precedente edizione di BAR con un articolo. Il progetto di quest’anno prevede dei cambiamenti? Quali sono quelli che reputi i punti di forza, che caratterizzano il progetto?

BAR-Basilicata Art Residency è un progetto che abbraccia diverse direzioni: come l’anno scorso i due artisti di questa seconda edizione, Filippo Luini e Flavio Scutti, avranno la possibilità di utilizzare il territorio come uno sconfinato BAR che ha l’intenzione di creare interazioni tra pubblico e artista, raccontando la cultura, l’identità di questo luogo attraverso uno spazio condiviso di narrazioni e immagini. Bar nasce con l’obiettivo di valorizzare una dimensione geografica, culturale e sociale, ho deciso di mantenere il format e le “abitudini” create nella scorsa edizione perché BAR si configura come un luogo sicuro, familiare, quindi ripercorriamo le stesse strade e gli stessi luoghi, solo da prospettive e occhi diversi. Anche quest’anno gli artisti visiteranno i luoghi d’interesse e conosceranno i cittadini, visiteranno la vicina Matera, spazi espositivi e associazioni culturali, quali la Fondazione SoutHeritage e Casa Netural. Come accennavo prima, la forza di questo progetto è il dialogo che intercorre tra i cittadini e gli artisti invitati, Grottole si trasforma in un museo aperto, nel quale ogni dettaglio, ogni parola, ogni sguardo è potenzialmente un documento di ricerca. Questo periodo permette agli artisti di elaborare un archivio video, foto, audio utili per la realizzazione di un’opera successiva al periodo di permanenza in Basilicata; i documenti e le opere non hanno vincoli per quanto riguarda il tema o il linguaggio, l’estrema libertà di azione di BAR, nel rispetto del rapporto con il luogo, alimenta delle rappresentazioni molto diverse tra loro e questa molteplicità di prospettive è fondamentale per me. Un altro punto di forza è lo scambio, inteso come momento di confronto, di conoscenza e di esperienza tra persone, luoghi, tradizioni, visioni artistiche che si realizza nella quotidianità del lavoro e soprattutto durante l’open studio.

Come è avvenuta quest’anno la scelta degli artisti? Reputi che occorra un’attitudine particolare per confrontarsi con un progetto di questo tipo?

Gli artisti sono stati invitati da me, dopo una attenta ricerca di persone che potessero rispecchiare alcune attitudini legate al progetto. Quando è nata la residenza la prima cosa che ho ritenuto fondamentale è stata quella di condividerla con artisti che avessero desiderio di sposare il progetto, che va abbracciato, e protetto in un certo senso, perché il territorio che la ospita ha un profilo culturale profondo che va conosciuto e successivamente tutelato. Credo quindi sia importante che gli artisti vogliano davvero passare del tempo in questa regione, che scelgano la direzione di una terra isolata rispetto alle grandi aree, che ne studino le caratteristiche e comprendano la grande carica poetica del luogo, legata alla storia, agli aspetti sociali e antropologici, a mio avviso. È necessario avere una sensibilità per gli scorci e i tempi di questo spazio, che in alcuni angoli si configura come una metadimensione, sapersi inserire nel tessuto sociale in modo delicato e avere volontà di adattamento. In generale, ma non è una regola, essere pronti ad instaurare con la cittadinanza, ed il paese, un rapporto costruttivo che sappia coinvolgere e raccontare al pubblico il fenomeno estetico di BAR.

Anche quest’anno la residenza si conclude nel momento dell’open studio, nello spazio in cui gli artisti hanno lavorato sino a quel momento. Che tipo di relazione pensi che crei nel contesto di Grottole questa formula rispetto a quella della presentazione nello spazio bianco? 

Nella mission di Spazio Esteso è chiara questa struttura tentacolare, aperta, estesa appunto, e BAR nasce con la stessa intenzione. In futuro, ci sarà una mostra collettiva che includerà tutte le opere nate dalle ricerche della residenza ma non so ancora come si configurerà. L’OPEN STUDIO invece è un momento diverso, è un ritrovo nel quale artisti e cittadini condividono una sola ed unica zona di interesse che non è più solo lo spazio dell’arte o il luogo di ritrovo del paese ma diventa un tutt’uno, fruibile da entrambi in un confronto. Il pubblico di BAR non è solo quello degli esperti, accoglie ed invita chiunque voglia dialogare con noi, fare domande, narrare una storia, un ricordo. I protagonisti di questo momento sono, allo stesso modo, le riflessioni degli artisti e gli occhi di chi le osserva. La dialettica tra queste visioni forma e accresce il processo della residenza. Quello che più mi interessa di questo incontro non è creare un evento che viene calato dall’alto, che rimane qui per un tempo x e poi lascia “orfana” la cittadinanza, quello che BAR riesce a costruire sono proprio spazi in comune, luoghi di azione e riflessione. La staticità, anche di osservazione, non corrisponde alla struttura della residenza, infatti la restituzione dei documenti raccolti dai due artisti avviene in un contesto di scambio reciproco.

Immagine d’apertura: Filippo Luini, Senza titolo, da Adda Scalancà, 2017, courtesy the artist

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Filippo Luini, Senza titolo, da Adda Scalancà, 2017, courtesy the artist

 

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Flavio Scutti, Grotticelle 03, 2017, courtesy the artist

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Flavio Scutti, Grotticelle 04, 2017, courtesy the artist