Scolpire la notte attraverso la luce. Intervista al Collettivo Borderlight, di Stefano Serusi

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Borderlight è un progetto multidisciplinare sviluppato negli ultimi anni a Milano da un collettivo di artiste e designer attraverso pratiche partecipative, installazioni, laboratori e talk. Scenario ideale del Collettivo Borderlight è la notte urbana, da scolpire attraverso installazioni luminose che hanno assunto conformazioni uniche nel confronto con i diversi contesti, selezionati attraverso la collaborazione del Comune di Milano e dei suoi Municipi. A partire dal 22 maggio, nella chiesa sconsacrata di San Vittore e i 40 Martiri (viale Lucania 18, Milano), la mostra BORDERLIGHT. City as a vision, a cura di Gabi Scardi, racconterà questo processo attraverso un percorso inedito. La mostra fa parte del programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo.

Partirei dall’inizio, Bordelight nasce all’interno di Non Riservato… considerando il periodo di riferimento si può dire che le due esperienze corrano da subito parallele. Mi potreste raccontare la nascita di Borderlight?

Borderlight nasce nei primissimi mesi di vita di Non Riservato, quelli di grande libertà e sperimentazione in cui il network iniziava a definirsi come struttura, funzioni e obiettivi. In quell’epoca si stava sperimentando le possibili modalità di collaborazione tra i membri alla ricerca di un approccio che incarnasse la vision di Non Riservato. In particolare l’accento è stato posto sulla collaborazione come processo che genera molto più della somma delle parti.
Due erano domande le guida nella progettazione: come collaborare in una modalità che tenga conto delle specificità dei singoli, non “incastrando” delle competenze ma proiettando il gruppo di lavoro al di là di quello che i singoli possono fare e immaginare? Come agire organicamente nel campo di azione definito dai tre concetti cardine che esprimono la natura di Non Riservato: creatività, socialità e spazio pubblico?
Borderlight, da allora, avanza con una doppia marcia: da un lato il progetto generale, le sue linee guida, obiettivi e modalità sono il risultato del primo anno di lavoro e confronto continuo tra i suoi membri, mentre lo sviluppo e realizzazione dei suoi aspetti specifici sono seguiti da sottogruppi di lavoro o da singoli. I ruoli scivolano da una persona all’altra in base alle esigenze delle fasi e ai nostri impegni personali, in modo organico e rizomatico.
A guardare il cammino fatto negli ultimi tre anni si potrebbe dire che siamo riusciti a dialogare fruttuosamente con le domande che hanno generato il nostro lavoro, siamo andati oltre le nostre realtà di appartenenza, al di là delle discipline.

In un momento di collaborazione mi è capitato di consultare quello che definite il manifesto di Borderlight. Non nato in realtà per essere reso pubblico, è la dichiarazione d’intenti del Collettivo. Quali sono la vision e la mission di Borderlight?

Il nostro “manifesto” è stato per la maggior parte del tempo una sorta di to-do-list ottimista sul da farsi, paragrafi disordinati di intenzioni precise, fino a quando il nostro stesso processo ci ha condotto a programmare una serie di incontri come Far Luce. Processi che rendono visibili luoghi e relazioni, a cura di Gabi Scardi e Nicola Ciancio.

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Far luce ci ha costretti a riprendere in mano le parole per condividere il nostro percorso con gli altri artisti invitati.
Innanzitutto si può intendere Borderlight come una indagine sul paesaggio notturno. Il buio in quanto topos su cui intervenire e condizione da evocare. Il buio come spazio poetico da conquistare, come premessa per nuove visioni, come prerequisito per poter focalizzare l’attenzione su un dettaglio. Il buio e i confini hanno un tratto in comune: la stigmate delle paure che evocano, il limite che pongono alla visibilità, limite per essere varcato necessita di una attitudine esplorativa. Come rendere visibile qualcosa attraverso la “sottrazione”, intesa come processo parte della visione? Come creare le condizioni per evidenziare una situazione già presente e renderla visibile? Questa domanda l’abbiamo tradotta spesso nel togliere luce dal contesto per far risaltare il soggetto. Come focalizzare l’attenzione su quello che rimane ai margini della visione?
Le città si espandono generando ai propri limiti dei segni che marchiano nel tempo i percorsi che l’attraversano. Nel caso di Milano l’evoluzione segue la successione della creazione delle porte e pusterle romane, medioevali e infine spagnole. Porte che attraverso similitudini e differenze orientano i cittadini e confondono i visitatori. Porte che raccontano epoche in cui la città aveva muri visibili. Oggi, di questi muri fisici ci rimangono solo tracce e la funzione dei muri è stata sostituita da un sistema complesso che rende la città un organismo pieno di confini, anche intestini: i margini economici e sociali, i confini tra la dimensione rurale e quella urbana, il limite come traccia storica o come progetto per il futuro, barriere architettoniche capaci di sfidare qualsiasi livello di abilità. Borderlight racconta tutto questo a partire dall’esperienza di chi vive questi margini con la prospettiva di reintegrare questi luoghi nell’immaginario della città.
Il paesaggio notturno è quindi sia l’ambito d’indagine che l’output artistico risultante. Prendendo a prestito le parole di Anna Detherige, curatrice e fondatrice di Connecting Cultures, membro di Non Riservato, intendiamo il paesaggio come un progetto che deve esser re-immaginato e agito costantemente per diventare realtà. Nel suo libro “Scultori della speranza” dedica un intenso capitolo allo “spazio fisico e le sue interpretazioni” evocando la mappatura del territorio come “progetto ermeneutico” . Ed è infatti proprio attraverso la mappatura che Bordelight pratica il paesaggio come spazio di conoscenza in cui zoomare lo sguardo per elaborare un senso condiviso.

Nella prima domanda abbiamo avuto modo di capire cosa ha legato al principio i membri del Collettivo. Una delle caratteristiche che vi accomuna è il fattore generazionale, l’età media supera infatti di poco i quarant’anni, è quindi comprensibile che al momento di lavorare insieme veniste da esperienze professionali abbastanza mature e individuali, mi piacerebbe quindi chiedervi chi sono i diversi membri del Collettivo Borderlight.

E’ piuttosto inconsueto il fatto che dei quarantenni si costituiscano come collettivo, ed eccoci invece qui, quasi un caso antropologico!
In effetti è nato prima il progetto mentre il Collettivo si è poi definito ufficialmente molto più tardi. Col progredire dei lavori ci si è resi conto che eravamo diventati parte del processo, non più semplicemente come singoli o come parte delle realtà Non Riservate, ma come un nuovo magma, una nuova entità: il Collettivo Borderlight.
Siamo un insieme eterogeneo con uno zoccolo duro di percezioni simili. Siamo fan del pensiero laterale e dell’affrontare i problemi come trampolini per nuove idee. I nostri interventi site-specific, integrando molteplici prospettive (antropologiche, visive, sociali, urbanistiche…), hanno portato in evidenza ciò che gravita fuori dal fuoco dell’attenzione, facendo emergere territori e temi specifici, immagini, informazioni, relazioni e dinamiche sociali.
Il Collettivo raccoglie alcuni membri di tre realtà, a loro volta parte di Non Riservato: Asterisma, astronove ed Ex-voto. Da astronove – realtà che sviluppa ambiti di ricerca multidisciplinari e territoriali, in funzione delle trasformazioni del tessuto sociale ed urbanistico contemporaneo – arrivano Cecilia Di Gaddo e Lorenzo Bruscaglioni, Art Director e Graphic Designer la prima, Lighting Designer il secondo. Di Asterisma, gruppo di artisti attivo nella ricerca e sperimentazione in ambito contemporaneo, tre sono parte del collettivo: Emilia Castioni, artista e fotografa, Alice Grassi, artista e Lighting Designer, e Isabella Mara, artista visiva. Da Ex-voto – gruppo di artisti e progettisti culturali dediti all’ibridazione e sperimentazione di pratiche artistiche e processi culturali – provengono Nicola Ciancio, Creative Director e progettista culturale, e Simona Da Pozzo, artista e ricercatrice.

Borderlight si concretizza nella vostra interazione con i cittadini e lo spazio pubblico. Avete in primo luogo invitato i cittadini a segnalare dei luoghi, attraverso quali caratteristiche e in che modalità avete raccolto questi dati?

Abbiamo lavorato su un doppio approccio, qualitativo e quantitativo. Da un lato infatti abbiamo utilizzato una piattaforma online che ci ha permesso di raccogliere anche le segnalazioni dei singoli cittadini sui luoghi dove portare la luce. Abbiamo aggiornato periodicamente la mappa online del progetto, che è divenuto una sorta di diario spazio-temporale di Borderlight.
D’altra parte, per ogni municipio di Milano, abbiamo programmato una serie di interventi -installazioni, workshop, set fotografici, performance, talk, per entrare in contatto e coinvolgere i cittadini in quella che abbiamo chiamato “mappatura collaborativa”. Questi incontri ci hanno permesso di entrare in una dinamica di scambio: abbiamo raccontato il progetto e i suoi obiettivi e raccolto il feedback e le segnalazioni delle persone che ci hanno anche raccontato il loro modo di vivere una zona di Milano. Abbiamo così conosciuto meglio la città e i suoi anfratti in vista dell’ultima tappa del progetto a cui stiamo lavorando: il Monumento Diffuso.

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Immagine da un sopralluogo nei pressi della Biblioteca Valvassori Peroni

Le segnalazioni hanno toccato le 9 circoscrizioni in cui è suddivisa Milano, creando, attraverso gli interventi realizzati, una nuova narrazione della città e della (sua) notte. Mi piacerebbe che mi raccontaste, senza paura di dilungarvi, queste differenti tappe di Borderlight.

Sì, in realtà, nonostante le circoscrizioni di Milano siano 9, noi ne abbiamo coinvolte 8, cioè tutti i municipi tranne l’1 che è il centro della città. Abbiamo escluso il centro perché Borderlight ha un moto centrifugo: il progetto è stato presentato nel 2016 al Ponte delle Gabelle. Il suo “ballo delle debuttanti” è stato quindi proprio in centro, nel contesto dell’agitata Design week di Brera District, con l’idea però di scivolare verso le frange della città.

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Borderlight a Dergano, foto di Emilia Castioni

A settembre abbiamo inaugurato l’autunno con la prima installazione in un quasi-giardinetto che si trova tra le vie Butti e Guerzoni a Dergano. Si tratta di un luogo di passaggio molto sentito dagli abitanti del quartiere: da anni cercano di riappropriarsene attraverso interventi di progettazione collettiva. Questo posto è uno dei pochissimi, direi l’unico, privo di luce tra quelli in cui abbiamo lavorato. Tra poco dovrebbe essere realizzato un progetto di illuminazione pubblica su commissione del Municipio 9, ma temo che gli abitanti, abituati al nostro discreto e poetico intervento, non si accontenteranno più di una luce invadente ad effetto “controllo-sicurezza”.
Fin da subito ha preso il via l’esplorazione della città, a partire dalle segnalazioni raccolte, attraverso Luminescenze, un intervento performativo e fotografico con cui Simona Da Pozzo ha coinvolto i cittadini in una serie di ritratti notturni in cui gli individui sono fonte di luce. A Dergano i cittadini hanno segnalato un luogo abitato e sprovvisto di luce durante l’inverno.

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Simona Da Pozzo, Luminescenze (Quartiere Giambellino)

La settimana seguente abbiamo realizzato nuovi interventi in due Biblioteche, quelle dei quartieri Calvairate, ad est di Milano in zona 4, e di Lorenteggio, a sud ovest in zona 6.
Nel municipio 4 è stato molto difficile individuare un luogo d’intervento da cui far partire l’indagine, è forse la zona in cui abbiamo fatto più sopralluoghi in assoluto! Cartelle e cartelle zeppe di jpg. Pochi giardini o cortili a disposizione e quei pochi a tiro quasi tutti del Comune o del Municipio, dove torneremo a maggio per una nuova testarda sessione di ricerca.
Abbiamo affiancato ogni installazione con una serie di azioni che ci permettessero di estendere la nostra indagine a un pubblico eterogeneo, e in questa prospettiva i workshop hanno avuto un ruolo importante. Nella Biblioteca di Calvairate, Isabella Mara ed Emilia Castioni hanno realizzato uno dei workshop “Lightbook”, in cui ciascun partecipante ha realizzato il proprio libro d’artista. L’approccio è stato corale, in quanto tutti intorno allo stesso tavolo hanno condiviso idee, strumenti e materiali per creare dei libri/oggetto/scultura con carte opache e semi trasparenti, intagliando e forando in base alla teoria delle ombre e aggiungendo alla fine la luce come parte stessa dell’opera. Le due artiste hanno declinato la nostra riflessione sulla luce in un modo intimo, portandolo a una scala domestica, in dialogo con la città.

Alla Biblioteca Lorenteggio abbiamo lasciato il cuore, o i fotoni se vuoi… Hanno provato a dissuaderci dal realizzare lì l’installazione a causa del fantapessimismo sulle condizioni in cui avremmo ritrovato l’installazione. E invece è stata rispettata e apprezzata dal quartiere… Eppure qui la luce c’era già: zenitale, potente, con smanie di controllo, simile a quella di un cortile carcerario. Due grandi torri cariche di potentissimi fari appiattiscono le ombre degli alberi sui selciati e sui praticelli intorno alla biblioteca. Illuminazione quantitativa. Qui ci siamo resi conto fino in fondo della portata del discorso sulla luce, di come l’atmosfera luminosa crei e condizioni l’attitudine, il guardarsi intorno, lo stare guardinghi. Qui non abbiamo potuto alterare veramente l’illuminazione urbana, per esempio con quella costosissima operazione che richiede lo spegnimento temporaneo di alcuni lampioni. Abbiamo inserito la nostra installazione come una punteggiatura nel discorso, come un glitch nel paesaggio.
E’ uno dei luoghi in cui il progetto ha avuto maggior impatto sia per numero che per la qualità del coinvolgimento dei cittadini. Tra i bibliotecari e i loro utenti, la sezione ANPI di zona, l’associazione Handicap Su La Testa e le vedette dell’oratorio San Protaso ci siamo immersi una serie di serate eccentriche ed intense. Qui Borderlight è diventato un evidenziatore, un proscenio da cui far emergere le visioni delle realtà che quotidianamente segnano il paesaggio con le proprie azioni.
Anche qui abbiamo realizzato dei workshop, tra cui quello di illuminotecnica a cura di Lorenzo Bruscaglioni, che ha raccolto molti partecipanti provenienti dai percorsi più disparati: periti elettrotecnici, artiste, fotografi, architetti, casalinghe, semplici curiosi e pure una simpatica signora che voleva consigli su come illuminare al meglio i suoi prodotti di cosmesi per una televendita!! Geniale…

In zona 8 abbiamo accarezzato diverse possibilità tra Quarto Oggiaro, Villapizzone, eccetera, ma alla fine siamo tornati un po’ alle radici andando a portare l’installazione nel Gallaratese sul tetto di una stecca commerciale del quartiere in cui agiscono diversi membri del nostro network nonché Non Riservato stesso attraverso il progetto Gallab. Mentre in altre situazioni abbiamo diluito nel tempo il programma, qui l’abbiamo fatto quasi in un’unica giornata intensa, dedicata per la prima volta al coinvolgimento del quartiere tramite i bambini. L’installazione ha assorbito completamente il processo nella sua formalizzazione, con dei vezzosi nodi alle stripled, proprio perché è stata realizzata in forma laboratoriale. Qui, il giorno dello smontaggio, abbiamo dovuto portarci la giustificazione scritta da casa!

La moltiplicazione dei luoghi si è rivelata essere un ottimo metodo che ci ha permesso di ritornare in zona 7, quella di Mare Culturale Urbano, con una serie di azioni sparpagliate su più quartieri: da Baggio a San Siro, da Figino a Piazza Sicilia, lasciando per tutto il periodo l’installazione a Cascina Torrette come cuore pulsante dell’azione. Tornando ad approfondire in autunno l’azione iniziata a primavera, ci ha naturalmente permesso di approfondire il lavoro culminando nel grande coinvolgimento degli amanti della Cascina Case Nuove e degli abitanti di via Abbiati. Due luoghi, due dinamiche, due universi completamente diversi entrambi vicini allo stadio di San Siro.
Un momento alla Kusturica si è prodotto grazie all’associazione Alfabeti: dopo aver coinvolto più di 70 persone nella segnalazione di via Abbiati, sono stati artefici del coinvolgimento di una trentina di persone, eterogenee per età e provenienza, nel laboratorio di creazione di lanterne luminose a cura di Cecilia Di Gaddo. Qui abbiamo passato qualche ora a realizzare lanterne con un gruppo foltissimo di persone. Ognuno ha lavorato condividendo le proprie preferenze musicali, dal ritmo pop elettronico ossessivo di Omar Souleyman alle ballate strappalacrime di Juan Luis Guerra.
Una volta realizzate le lanterne, il clan ha percorso le strade del quartiere, fino ad arrivare all’Ex Trotto, camminando e ballando nella notte sotto la pioggia di novembre, arrestandosi ogni 2 per 3 per riaccendere le candele che si spegnevano. 2 km attraverso il nulla notturno tipico delle zone residenziali con casse audio al ritmo di Rachid Tahaya Rayeh.

In via Valvassori Peroni abbiamo hackerato i tetti della biblioteca e dell’auditorium. L’installazione sul tetto della biblioteca si rivelava agli occhi dei passeggeri dei treni come una rapida visione enigmatica. La biblioteca si affaccia infatti sul rilevato ferroviario che delimita la città ad Ovest segnando un confine quotidianamente percorso da pendolari e viaggiatori. Per realizzare l’installazione sul tetto dell’auditorium abbiamo oscurato alcune luci per collocare Borderlight sulla facciata e dare tridimensionalità al luogo. Durante l’inaugurazione, la mappatura collaborativa è stata introdotta da un intervento speciale di Giorgio Uberti, storico dello spazio pubblico che non disdegna i tempi attoriali, che ha raccontato l’espansione concentrica tipica di Milano a partire dalle tracce rilevabili nel Municipio 3.

Oltre a tutti gli interventi realizzati, a chiusura dell’intera indagine, abbiamo dedicato un momento di sintesi e scambio dando vita a un talk internazionale a cura di Gabi Scardi e Nicola Ciancio: Far Luce.
Questo incontro informale ma denso di scambi si è svolto a Villa Pallavicini, un presidio culturale che si affaccia sulla Martesana segnando uno dei limiti del quartiere Adriano. Il talk è stato organizzato intorno a 4 tavole rotonde condotte da un artista e da una controparte teorica.
Gabi e Nicola hanno infatti invitato artisti e ricercatori che intendono la pratica artistica come interventi mirati a rendere visibili luoghi e relazioni sul territorio. Tra gli artisti, c’erano Bianco-Valente (duo artistico, Italia), The Brick Box (collettivo artistico, Regno Unito), Maria Papadimitriou (artista, Grecia) e l nostro collettivo. Ad aggiungere sostanza ai tavoli ci hanno pensato Nicholas Anastasopoulos (architetto e ricercatore, docente presso la National Technical University di Atene, Grecia) e Pietro Gaglianò (critico e curatore, Italia).
Ma oltre a noi c’era un folto gruppo di practitioners di grande professionalità che hanno condiviso con noi le loro riflessioni sullo spazio pubblico a partire dalle nostre pratiche.
Abbiamo condiviso esperienze, analizzato i nostri strumenti, le tattiche mimetiche e le strategie per salvaguardare l’entusiasmo.

Abbiamo chiuso la nostra serie di interventi con le due installazioni realizzate alla Civica Scuola Paolo Grassi dove siamo intervenuti nell’ex-guardiola di questa bellissima architettura, e nel giardino retrostante, punto di passaggio per diverse scuole…..
Qui l’ installazione è stata volutamente divisa su due livelli distinti e separati: da un lato il passaggio obbligato della guardiola con le sue propaggini fluttuanti che navigavano nel cortile d’ingresso. Dall’altra parte un affaccio su un crocevia nascosto della città : un vialetto che rende comunicanti due scuole del quartiere, il parco Ravizza, un giardino con tronchi di alberi segati ed oplá un albero Borderlight con un paio di rami secchi pulsanti luce.

Di tutte queste installazioni ora rimangono una serie di opere che abbiamo realizzato nel frattempo e l’installazione alla Cascina Torrette, in attesa delle prossime tappe. Questi lavori sintetizzano la nostra ricerca attraverso diversi formati, tecniche e prospettive.
Un esempio è il lavoro “Visione periferica” di Emilia Castioni, che ha cristallizzato gli interventi del collettivo in una serie fotografica che restituisce il paesaggio creato da ciascuna installazione.
Per ogni luogo d’intervento, Emilia si è avvicinata all’installazione lentamente in un momento della giornata in cui c’era la luce del sole, quella luce fredda invernale che se ne va sempre troppo in fretta, per essere sostituita dall’illuminazione artificiale.
Emilia ha realizzato molte fotografie per ogni luogo ma per la mostra abbiamo deciso di selezionare le immagini che più rappresentano il punto di incontro tra il luogo e i contrasti di luci ed ombre, fino a ricreare un nuovo paesaggio, un nuovo luogo da osservare.
Emilia ha intitolato questo lavoro “Vista periferica”; la parte della visione che risiede al di fuori del centro dello sguardo che permette di percepire la presenza, il movimento o il colore degli oggetti al di fuori della linea diretta di visione.

Lo sguardo d’insieme sulla città è il tratto fondamentale della vostra idea di Monumento Diffuso, caratterizzato dalla possibilità che le installazioni nei diversi contesti possano diventare permanenti, è recentissima la notizia dell’acquisizione da parte di Mare Culturale Urbano dell’intervento realizzato per la sua sede, la seicentesca Cascina Torrette. Mi potreste raccontare di questa possibilità di sviluppo del progetto, il Monumento Diffuso, alla luce della prima acquisizione?

Questa acquisizione ha per noi un valore tutto particolare: è proprio grazie al coinvolgimento di Mare Culturale Urbano e della Facoltà di Antropologia dell’Università Bicocca, rispettivamente membro e partner istituzionale di Non Riservato, che nell’aprile 2017 abbiamo testato e analizzato il nostro approccio realizzando in primis l’installazione sulla facciata interna del cortile di Cascina Torrette.
L’installazione è stata inaugurata con una mappatura collaborativa in cui abbiamo invitato le realtà della zona a raccontarci la loro città e a segnalare un luogo; sono seguiti una serie di set fotografici esplorativi di Luminescenze e una passeggiata notturna attraverso i luoghi segnalati, a conclusione dei laboratori di lanterne luminose. Il tutto è stato puntellato dalle interviste realizzate dagli studenti del Laboratorio di Antropologia visuale della Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche (Università di Milano Bicocca), sotto la guida delle antropologhe Sara Bramani e Valentina Mutti. Il loro lavoro ci ha permesso di avere uno sguardo analitico sulla nostra idea di intervento, prima di replicarla negli 8 Municipi di Milano. Abbiamo potuto così individuare, attraverso le installazioni temporanee, gli otto luoghi che ospiteranno in modo permanente il monumento diffuso.
Il monumento diffuso sarà quindi composto da tre elementi, distinti e correlati: i nostri moduli luminosi; gli otto luoghi risultanti dal processo di mappatura collaborativa; le otto realtà che adotteranno gli interventi permanenti.
L’intervento a Cascina Torrette non fa parte del monumento, proprio perché non è il risultato delle segnalazioni dei cittadini, ma rimarrà come traccia del processo. L’esplorazione di Borderlight si è spinta infatti al di là dei luoghi già presidiati, alla ricerca di luoghi più fragili. Nel Municipio 7 studieremo la fattibilità dell’installazione permanente in via Abbiati, il luogo più segnalato di tutta la città.
Attualmente stiamo affrontando le questioni ingegneristiche legate a questi futuri interventi, che realizzeremo grazie al sostegno del Comune di Milano. Realizzeremo il primo intervento permanente nel Municipio 2 nell’ambito del programma Lacittàintorno della Fondazione Cariplo.

Il 22 maggio inaugurerete la mostra BORDERLIGHT. City as a vision. Nella scelta della location, una chiesa sconsacrata in corso di restauro, ho percepito tanti riferimenti a Milano e alla sua costante metamorfosi attraverso tanti cantieri sparsi ovunque. Vi sentite di anticipare qualcosa della mostra?

Questa mostra, a cura di Gabi Scardi, è il foro attraverso cui passa la sabbia in una clessidra.
E’ uno sguardo unitario su Borderlight prima che torni a sparpagliarsi sul territorio, questa volta in modo definitivo. Il fatto che la chiesa sconsacrata sarà caratterizzata al suo esterno da ponteggi e lavori in corso, mentre il suo interno porterà intatte le tracce del suo uso passato, la rendono il luogo ideale per restituire la natura organica e cangiante di Borderlight. Questo spazio, interno ed esterno, saranno soggetto e oggetto formale della mostra, intesa come un’unica installazione corale.
City as a vision coinvolgerà il quartiere Corvetto in una ulteriore mappatura collaborativa, che abbiamo preservato per questo momento, con una serie di appuntamenti correlati.

Immagine di apertura: Borderlight a Lorenteggio, foto di Emilia Castioni