Pathosformel da Current e Roberto Casti in Dimora Artica | recensione di Costanza Sartoris

Pathosformel, a cura di Andrea Lacarpia, CURRENT Milano

Pathosformel da Current e Roberto Casti in Dimora Artica | recensione di Costanza Sartoris

Current e Dimora Artica, nell’ambito della loro collaborazione, si scambiano la sede espositiva organizzando ognuno nello spazio dell’altro una mostra. Dimora Artica ha ospitato la personale di Roberto Casti Preferirei restare a casa oggi, mentre Current ospita la collettiva Pathosformel, curata da Andrea Lacarpia.

Casti, in Preferirei restare a casa oggi, riflette sul tema dello straniamento che anche un ambiente conosciuto e consuetudinario può suscitare in chi lo vive. La riflessione che invita a fare l’artista è di come la paura dell’infinito, dell’abisso, rispetto alla finitezza umana, sia sempre presente in ognuno di noi, anche nel luogo dove più dovremmo sentirci sicuri: casa. È per questo motivo che ha trasformato Dimora Artica in una sorta di interno domestico, al fine di modificare la nostra percezione di quella che possiamo considerare come confort zone. Gli spazi espositivi si connotano infatti con un’apparente atmosfera invitante dove cuscini, tappeti e un profumo di caffè si contrappongono a un angolo rosso da cui fuoriesce fumo accompagnato dal suono delle onde del mare. La stessa riflessione si reitera nel video Together Alone che evidenzia la solitudine intrinseca in ognuno di noi nel nostro relazionarci agli altri.

Roberto Casti - Preferirei restare a casa oggi, a cura di CURRENT, Dimora Artica Milano
Roberto Casti – Preferirei restare a casa oggi, a cura di CURRENT, Dimora Artica Milano
Roberto Casti - Preferirei restare a casa oggi, a cura di CURRENT, Dimora Artica Milano
Roberto Casti – Preferirei restare a casa oggi, a cura di CURRENT, Dimora Artica Milano

Con un’impostazione dal taglio palesemente warburghiano è invece Pathosformel, collettiva che si pone come manifesto della ricerca curatoriale del direttore artistico di Dimora Artica, Andrea Lacarpia. Da sempre interessato al linguaggio mitico e alla sua presenza nella produzione artistica contemporanea, Pathosformel ricalca il progetto di ricerca di Aby Warburg che vede nelle Pathosformel, appunto, delle immagini archetipiche che si ripetono nel corso della storia come delle Nachleben o sopravvivenze. L’idea warburghiana era infatti incentrata sul principio per cui la storia non seguisse un percorso lineare, bensì spiraliforme: il passato torna e si ripresenta nel presente in forme all’apparenza nuove, ma in realtà antiche poiché utilizza immagini dimenticate riportandole alla luce per mezzo di una decontestualizzazione dal loro ambiente originario. È per questo motivo che il curatore ha deciso di presentare una selezione di opere avvicinandole a degli oggetti decorativi e ornamentali kitsch che ne potessero ampliare il significato, creando così una sorta di Mnemosyne concreto distribuito nello spazio espositivo. Le opere sono quindi accostate a oggetti di uso comune legati a un immaginario esplicitamente kitsch, come i drappi d’argento che cadono mollemente dal soffitto o la piccola fontanella colorata che gorgheggia da una conchiglia. Questi oggetti all’apparenza privi di valore, svelano in sé alcune delle formule di pathos ricorrenti nella storia dell’arte che lo stesso Warburg ha analizzato, quali i drappeggi delle menadi danzanti sui sarcofagi romani o l’idea della fonte di vita e di Venere, nata dalla spuma del mare e trasportata a riva nel grembo di una conchiglia. Tali elementi entrano così in dialogo con le opere dei sette artisti ospiti, tutti legati allo spazio di Dimora Artica da lunga data.

Al di là di questi oggetti che catalizzano lo spazio con una discreta prepotenza estetica, in primo luogo appaiono le teste di Giovanni De Francesco, della serie L’appeso. Quasi come dei terrificanti moniti di morte, queste forme mostruose e informi sono appese, come delle teste decapitate ed esposte. La vitalità che esse presentano sta nell’aggiunta di elementi quasi umani: occhi di vetro, capelli finti e una dentiera emergono dai conglomerati materici, aprendoci gli occhi verso la sfera inconscia delle nostre paure.

Vi è poi la pittura di Luigi Massarri, che in Quadrante Boreale presenta la sua ricerca sulla scienza della pareidolia, la tendenza innata a rintracciare strutture ordinate e forme familiari in immagini caotiche. Ecco allora che dalla profondità del blu della tela emergono macchie, costellazioni e figure archetipiche.

Ai piedi di queste costellazioni immaginarie giace la scultura di Daniele Carpi che ragiona sul punto di vista. Riportando la riproduzione più volte reiterata nei suoi lavori della testa dell’imperatore Francesco Giuseppe, Carpi riflette sugli elementi che ci occorrono per definire una forma se posta in un luogo diverso rispetto all’aspettativa, come in questo caso: una testa caduta che giace a terra.

Quindi vi è Talaria, il sandalo alato di Mercurio che Stefano Serusi reinterpreta con un frammento statuario di un piede in gesso abbracciato da ali di ottone. La spinta vitale e reinterpretativa dell’immagine mitologica è data da un mango, frutto esotico che solleva il frammento rendendolo così pronto a volare verso un altrove.

Devis Venturelli presenta invece un video di grande presenza estetica, Eterotopia, dove dei drappi lacerati di cellophane si muovono caoticamente con il vento, davanti a statici panorami periferici urbani. Questo movimento dai tratti eterei ricorda i drappeggi delle menadi danzanti tanto amate da Warburg e sembra quasi un omaggio citazionista al sacchetto di plastica danzante in American Beauty. Lo spazio cittadino e lo squallore periferico diventano così manifesto dei luoghi eterotopi teorizzati da Focault.

Vi è quindi il Capriccio di Valentina D’Amaro: una stampa di un paesaggio romantico dell’Isola Bella sul Lago Maggiore che, per una capriccio dell’artista, si piega in un gioco visivo caleidoscopico e frattale, aprendo così lo spazio dell’immagine a ulteriori riflessioni, portandoci verso un nuovo e ulteriore altrove.

Infine l’Eva dei serpenti di Marcello Tedesco reinterpreta la figura mitica di Eva, presentando una nuova lettura della creazione. Eva innalza i serpenti, facendo sì che essi perdano così la loro tipica raffigurazione orizzontale per diventare figure verticali di vita. In questo modo Eva diventa il primo architetto in grado di costruire la realtà dell’uomo serpente, che da simbolo di morte e perdizione diventa simbolo di vita.

Chiude la mostra un’altra citazione esplicita alla Mnemosyne di Warburg: un archivio delle Pathosformel che gli artisti hanno in un qualche modo legato alla loro opera.

Pathosformel, a cura di Andrea Lacarpia, CURRENT Milano
Pathosformel, a cura di Andrea Lacarpia, CURRENT Milano
Fontana ornamentale, particolare dell'allestimento
Fontana ornamentale, particolare dell’allestimento
Opera di Daniele Carpi
Opera di Daniele Carpi
Opera di Devis Venturelli
Opera di Devis Venturelli
Opera di Giovanni De Francesco
Opera di Giovanni De Francesco
Opera di Giovanni De Francesco e particolare dell'allestimento
Opera di Giovanni De Francesco e particolare dell’allestimento
Opera di Luigi Massari
Opera di Luigi Massari
Opera di Marcello Tedesco
Opera di Marcello Tedesco
Opera di Stefano Serusi
Opera di Stefano Serusi
Opera di Valentina D'Amaro
Opera di Valentina D’Amaro
Pathosformel - particolare dell'allestimento
Pathosformel – particolare dell’allestimento