Marcello Tedesco alla Gelateria Sogni di Ghiaccio | le immagini e il testo della mostra

Solve et Coagula, 2016, ampolla di vetro, soluzione ferrosa, rosa del deserto salinizzata, cm 50x8x8. Foto Mattia Pajè

Dal 28 al 31 maggio 2017 si è svolta la mostra personale di Marcello Tedesco, a cura di Rossella Moratto, alla Gelateria Sogni di Ghiaccio a Bologna

Link al video dell’allestimento: https://www.youtube.com/watch?v=RGA8D18KpU0

Di seguito le immagini della mostra e il testo di Rossella Moratto.

Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Aufblühen, 2017, veduta della mostra. Foto di Mattia Pajè
Salmo 40, 2017, particolare. Foto Mattia Pajè
Salmo 40, 2017, particolare. Foto Mattia Pajè
Serpete colonna, 2017, pelle di serpente, cm 300x54x54. Foto di Mattia Pajè
Serpete colonna, 2017, pelle di serpente, cm 300x54x54. Foto di Mattia Pajè
Solve et Coagula, 2016, ampolla di vetro, soluzione ferrosa, rosa del deserto salinizzata, cm 50x8x8. Foto Mattia Pajè
Solve et Coagula, 2016, ampolla di vetro, soluzione ferrosa, rosa del deserto salinizzata, cm 50x8x8. Foto Mattia Pajè

Aufblühen

«La prima operazione che l’artista compie è quella di forgiarsi un proprio linguaggio».

Queste parole, pronunciate da Marcello Tedesco nel suo film Memoriale, sono una dichiarazione poetica e una chiave di lettura, tra le tante possibili, del suo lavoro. Creare un linguaggio inedito, azzerando le abitudini e le convenzioni imposte e rifiutando la razionalità e le sovrastrutture culturali, che non assomiglia a quello comune ma ha origine nella realtà e riscopre le cose come se non avessero ancora un nome e non fosse possibile nominarle. Una lingua che prescinde dai significati condivisi e fonda se stessa non come pura fantasia o metafora ma come pratica etica che ricerca la verità nell’evidenza del reale con dedizione e disciplina.

La scultura è questo idioma, che si dispiega in una dimensione temporale propria che è quella della materia. Nel rifiutarsi di farsi narrazione o peggio celebrazione, si dà come presenza neutra, che non rappresenta, che ha in sé il suo principio e il suo opposto, che è necessaria e autosufficiente: è pieno e vuoto, costruzione e decostruzione, antichità e futuro sempiterno, attualità non chiusa e definita ma dotata di energia vibrante. È un’evidenza che abita il mondo, non è mai totalmente conoscibile ma si intuisce e si esperisce, esistenel rapporto con il corpo e lo spazio come campo di relazione che richiede modalità inusuali, empatiche e non razionali che permettono di cogliere l’aspetto invisibile agli occhi che è sua componente essenziale.

Questi lavori recenti – forme cave e circolari alcune pesanti e robuste altre fragili e trasparenti che imprigionano la luce o se ne fanno attraversare – si offrono nella loro nudità fenomenica e verità, sempre in bilico tra uno stato di abbandono e di rovina e di potenziale germinazione.

Le superfici sono scabre e corrose, come se conservassero la memoria antica di epoche remote ma il loro tempo è altro, non appartengono né a ieri né a oggi. Dalle incrostazioni delle concrezioni saline e dalle tracce dei sedimenti ferrosi traspaiono le forze invisibili che le abitano, la potenza nascosta e sconosciuta segretamente in azione al loro interno che determina l’impercettibile e continuo cambiamento.

Tutto si trasforma, inesorabilmente, niente è mai uguale a se stesso, distruzione e costruzione sono parte del medesimo movimento che regola gli eventi. Le opere sono sempre in atto quindi non-finite, in uno stato di lenta e costante trasformazione di cui non si può vedere altro che la condizione presente. «Costruire demolendo» così l’artista definisce la sua pratica, ma in questa demolizione è implicita l’energia immateriale di un possibile sviluppo che in queste sculture in particolare – per le quali è stato scelto il titolo Aufblühen (fiorire) –, è palpabile, inscindibilmente unita alla concretezza materiale nella quale si insinua viralmente per dare corpo a «una nuova condizione della forma» – come sottolinea ancora Tedesco – enunciazione di una lingua in fieri, agli albori di un’epoca che verrà, in cui il discorso ora dominante sarà obsoleto di fronte all’espressione della realtà in sé come pura esistenza. –

Rossella Moratto