La Festa del Mare |Intervista a Mimì Enna e GianMarco Porru, di Stefano Serusi

Festa del Mare

Scenari è una tag di Cerchio Magazine che racchiude gli articoli che raccontano progetti legati a contesti paesaggistici peculiari, in cui l’intervento stesso appare inscindibile dal luogo in cui si svolge e da cui è ispirato. Mimì Enna e GianMarco Porru hanno dato vita lo scorso anno alla Festa del Mare, esperienza ripetuta quest’anno, che si svolge tra Torregrande e Oristano, città di cui entrambi gli artisti sono originari.

Ho letto che tutti gli aspetti della Festa del Mare sono assimilabili a quelli delle processioni che già si svolgono in contesti simili. In effetti le immagini rimandano immediatamente alla presenza di un simulacro-reliquiario e al suo trasporto processionale che crea e coinvolge una comunità. Come si sviluppa Festa del Mare, dalla preparazione delle singole parti sino alla conclusione?

GianMarco Porru: Sì, esatto. Sin dall’inizio abbiamo guardato e analizzato i caratteri che maggiormente connotano le pratiche religiose nelle immediate vicinanze. Questo era un po’ inevitabile perché di fatto siamo cresciuti ad Oristano dove la fine dell’estate, gli ultimi giorni di mare, sono segnati dal pellegrinaggio verso il santuario del Rimedio e dalla corsa degli scalzi di Cabras: 1000 uomini che portano in salvo il simulacro di S.Salvatore coperto come un fuggiasco. Partendo da questo e dall’analisi di altri riti abbiamo costruito l’insieme di azioni ed elementi che compongono la Festa del Mare. Avevamo bisogno di un oggetto che potesse custodire la reliquia di mare e abbiamo quindi chiesto ad una ceramista di Oristano di costruire una nuova anfora mantenendo però la forma e le dimensioni specifiche di quella storica della città, conosciuta come città della ceramica. Allo stesso modo per trasportare l’acqua abbiamo scelto un mezzo riconosciuto, questa volta non per l’aspetto cerimoniale quanto per quello funzionale al trasporto: l’Ape 50. Lo sviluppo della festa in sé consta di azioni molto semplici: ci si incontra al mare dove si porta l’anfora che è stata custodita per tutto l’anno in casa di un cittadino di Oristano; l’acqua dell’anno precedente viene svuotata per essere sostituita da nuova acqua; l’anfora viene poi sistemata su una struttura montata sull’Ape 50 e da lì inizia la camminata/processione verso la città, dove infine si festeggia l’arrivo del mare fino a sera…

Mimì Enna: Quando ci siamo ritrovati fuori dalla Sardegna a parlare di quello che in Sardegna mancava, abbiamo deciso di prendere l’iniziativa. Volevamo che fosse il frutto di ciò che stiamo seminando nelle nostre esperienze fuori dall’Isola e al contempo un confrontarsi con le origini a cui ci sentiamo fortemente legati. Come ha già detto GianMarco abbiamo quindi scelto di utilizzare un modo di agire che fosse riconoscibile e familiare a noi e alle persone del posto. Il motivo per cui è stata fatta è da ricercare nel nostro rapporto con la Sardegna, da cui siamo andati via per le poche opportunità, ma a cui rimaniamo molto legati… e questa era un po’ l’immagine di ciò che per noi è il mare, da una parte collante che ci ha resi perenni nostalgici anche fuori stagione, e ostacolo proibitivo dall’altra.

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Dallo scorso anno sono aumentati i partecipanti? In che modo li avete coinvolti?

Mimì Enna: La partecipazione delle persone ma soprattutto il modo in cui lo fanno sono degli imprevisti che accogliamo a braccia aperte perché ci portano a considerare alcuni aspetti che avevamo magari sottovalutato: mia zia l’anno scorso era venuta indossando una maglietta a cui aveva appiccicato un foglio “NO alle esercitazioni militari in Sardegna”, qualcuno dal finestrino della macchina ci ha chiesto se fosse una manifestazione per i migranti. Questo ci ha dato modo di pensare e di mettere in conto il fatto che la Festa del Mare potrebbe per esempio diventare una manifestazione ambientale se queste saranno le esigenze di chi vi partecipa.
Questo è anche il motivo per cui nel momento in cui comunichiamo l’evento diamo pochissime informazioni sulle nostre intenzioni, le motivazioni e le ideologie per cui è stata istituita la festa, ed è perché non ne vorremmo imporre nessuna. Al momento ci reputiamo gli attuali organizzatori di una festa che speriamo vada avanti autonomamente ogni anno, e che diventi quindi volontà di più persone, oltre che nostra. Possiamo esprimerci in un secondo momento, per esempio in questa intervista, ma da partecipanti. Non vorremmo quindi che l’ideologia fosse unilaterale, ma che mia zia continuasse a venire con la stessa maglietta o che qualcuno camminasse per meditare sul lungo cammino dei migranti.

GianMarco Porru: A proposito dei partecipanti, se ti riferisci al numero di persone che ci ha seguito nel tragitto, non è aumentato significativamente dall’anno scorso, ma erano molte di più le persone all’arrivo: come in tutte le processioni molto lunghe si sceglie se partecipare attivamente, se aspettare che il simulacro passi sotto casa o se trovarsi in un punto per poi proseguire con la statua del santo. Al di là del numero, che ci piacerebbe possa crescere, ci stupiscono sempre le modalità di partecipazione che le persone scelgono.
Mimì parlava del fatto che abbiamo scelto di dare poche indicazioni sul perché sia stata istituita la festa del mare e credo che questo sia uno snodo molto importante perché permette di aprire la prospettiva sui significati (anche simbolici) del mare: tutti sanno che il loro mare e la loro ragione per celebrarlo è quella giusta. È confortante per noi l’idea che si vada costruendo una sorta di “culto” o rituale che già alcuni vogliono custodire. Abbiamo dato la partitura di azioni che lo compongono e formulato un codice di gesti che hanno un senso per noi adesso, ma ci auguriamo che tra 60 anni si continui a fare e prendiamo in considerazione la possibilità che sia tutto completamente cambiato. Non ci sono rituali immutabili, sono tutti cambiati dal punto di vista formale e funzionale perché si sono inseriti nel flusso della storia e hanno intercettato nuove emergenze.
Essendo alle sue prime edizioni la Festa del Mare ha tante imprecisioni e siamo felici che i partecipanti ci aiutino a costruirla: ci hanno consigliato un altro percorso da fare e alla partenza ci hanno suggerito di aggiungere dei rami d’alloro sull’ape 50 come una sorta di benedizione. Sono tutti elementi che pian piano vengono fuori dalla condivisione di quella che è una fede e un legame fortissimo verso il mare.

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In che modo la Festa del Mare si inserisce all’interno delle vostre ricerche individuali?

GianMarco Porru: Lavoro ultimamente analizzando quelle produzioni di sapere che si rifanno ad uno sguardo attento sull’elemento naturale; mi interessa quando questo tipo di conoscenza per il suo essere poco scientifico viene reso marginale.
In questo caso è un lavoro che utilizza e interroga la complessità dell’idea di mare, ma potrebbe essere anche il cielo ad esempio, o l’animale.
Nel caso di festa del mare mi domando come e se riuscirà a inserirsi in una collettività diventando necessaria, mi chiedo come cambieranno i gesti, gli oggetti e le parole che adesso connotano questa festa. Mi piacerebbe che riuscisse davvero ad introdursi nel tessuto sociale per provare a decostruire un’ordinata religiosità istituzionale.
La Festa del Mare per quanto mi riguarda ha molto a che fare con il ritorno a casa. Riprende familiarità con un tempo che viene scandito da una ritualità collettiva che calendarizza in base alla necessità di assecondare il cambiamento dell’assetto del paesaggio. È molto forte la tendenza a rendere rituale, a reiterare e celebrare qualcosa o qualcuno: tutto questo mi rendo conto che ha inevitabilmente contribuito a creare gran parte del mio immaginario.
Mimì Enna: Per quanto mi riguarda sono molto interessata alle forme che sono riconosciute in una comunità. In questo caso è stata la forma della processione, ma in generale sono solita utilizzare ciò che è familiare, prima di tutto perché non penso sia necessario che io aggiunga una nuova forma e anzi, credo di non conoscere abbastanza nemmeno quelle che mi circondano seppur ci conviva tutti i giorni e usarle è un modo di esperirle e di conoscerle meglio in prima persona. Quando il lavoro mi porta a fare delle scoperte personali o di altra natura, significa che qualcosa sta funzionando e che posso chiamarlo ricerca, e non conclusione di un piano che prestabilisco. Per esempio attraverso la Festa del Mare ho scoperto molto sui riti che appartengono alla terra in cui sono nata, ho fatto più attenzione a questioni ambientali locali e ho infine scoperto quanto mi sia servito lavorare con un’altra persona e confrontarmi anche con una comunità che mi ha messa di fronte ad un’immediatezza spiazzante a cui in realtà tendo e a cui mi sono disabituata.

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Fotografie di Francesca Marchi e Andrea Puddu