Intervista a Mattia Pajè di Stefano Serusi

Will , Mattia Pajè/Filippo Marzocchi, collage su PVC 8,5 x 10 m, veduta dell’installazione presso IMC Block 6, Istanbul, 2015

Intervisto Mattia Pajè a qualche mese dall’apertura di Gelateria Sogni di Ghiaccio, spazio indipendente a cui l’artista ha dato vita assieme a Filippo Marzocchi e Marco Casella.
Essendo il progetto non del tutto autonomo, ma posto consapevolmente all’interno della prassi dei tre artisti, ho scelto di intervistare uno dei membri per indagare in particolare il rapporto tra individuo e gruppo all’interno della sua pratica artistica.

Will , Mattia Pajè/Filippo Marzocchi, collage su PVC 8,5 x 10 m, veduta dell’installazione presso IMC Block 6, Istanbul, 2015
Will , Mattia Pajè/Filippo Marzocchi, collage su PVC 8,5 x 10 m, veduta dell’installazione presso IMC Block 6, Istanbul, 2015

Sfogliando il tuo portfolio ho notato come il tuo lavoro si origini spesso attraverso collaborazioni con altri artisti; ti volevo chiedere se questo approccio – oltre a basarsi chiaramente sulla possibilità di condividere esperienze – sia anche una sorta di statement.

La collaborazione rientra sicuramente nelle mie modalità di azione, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di pratiche ibride basate principalmente sull’azione. Quando lavoro fuori dallo studio le collaborazioni nascono per necessità.
Circa tre anni fa ho vissuto per un periodo in Turchia, lontano dagli spazi e dai volti che avevano accompagnato fino ad allora il mio lavoro. Mi sono trovato in una città immensa senza nessun punto fermo. Se mi fossi messo a lavorare nella mia stanza nulla sarebbe mai uscito allo scoperto, dovevo necessariamente vivere la situazione in maniera diversa, nelle strade della città tra le persone. A Istanbul ho condiviso il mio tempo con un altro artista: Filippo Marzocchi, con il quale eravamo costantemente immersi nella ricerca e nella sperimentazione di alcune pratiche di esplorazione attenta della realtà esteriore ed interiore. A partire da lunghe ore di confronto ed esercizio, sono nate, come spontaneamente, idee che avrebbero portato a delle operazioni artistiche.
Prima di allora non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di poter giungere ad un unico risultato soddisfacente partendo da due esperienze diverse, ma la comunione di idee e di intenti che abbiamo avuto con Marzocchi nel periodo turco mi ha fatto cambiare completamente posizione sulla cosa. Al mio ritorno in Italia conservavo più di 5 lavori realizzati a quattro mani.
A partire da questo periodo ho trovato molto interessante la pratica di disgregare la mia unica autorialità in una direzione più collaborativa e collettiva, con risultati di ridefinizione totale della singola pratica artistica.

Un altro tema che ricorre è quello del corpo, tra l’altro attraverso dei progetti la cui documentazione prescinde dai canoni della performance: la tua figura scompare o agisce in secondo piano, permettendo forse al fruitore di immedesimarsi con più facilità in chi compie l’azione. Un’azione il cui prodotto coerentemente non chiami mai nemmeno “scultura”.
In un’epoca così mediata da Internet cosa pensi che rappresenti ancora il corpo?

Se si parla di corpo umano esso è il primo dei nostri involucri, è la macchina che ci permette di muoverci nel mondo e di scambiare informazioni. Spesso la macchina è fuori dal nostro stesso controllo, ma ci permette di renderci conto che lo è, e agire di conseguenza, ed è già un ottimo risultato. Dalla presa di coscienza del corpo derivano una moltitudine di concetti e di dati che sono così intrinsecamente innestati nella nostra cultura da non capire più il motivo della loro esistenza.
Se dovessi pensare ad un concetto assoluto mi perderei ovviamente nell’impossibilità di individuarlo, ma se cercassi di tradurre il mio attuale punto di vista direi che il corpo è una possibilità. Una possibilità transitoria di capire cos’è realmente il corpo.

Ritengo che la maggior parte del mio lavoro si possa considerare come una serie di pratiche, che lasciano dei risultati più o meno tangibili.
Spesso scelgo di nascondere l’azione dalla documentazione del lavoro per concentrarmi sul suo contenuto o sul lascito della stessa nello spazio in cui è stata eseguita.
L’atto performativo genera diversi livelli: l’azione del performer, il suo risultato e la fruizione, da parte di terzi, dell’azione o del suo risultato. Nell’attività performativa mi interessa ragionare sulla percezione del risultato di un’azione, che si attiva in un determinato spazio-tempo in un divenire di dati o di possibilità.

Con Gelateria Sogni di Ghiaccio avete ampliato, come dichiarate nel sito, la vostra pratica artistica “fino a comprendere la direzione artistica, la gestione e la collaborazione con altri operatori del settore, per giungere alla creazione di situazioni espositive e pratiche contingenti, con il preciso intento di creare un luogo per la sperimentazione e per la libertà.” Attraverso quali processi avete deciso di aprire uno spazio? La consapevolezza che non fosse un’iniziativa esterna alla vostra ricerca è stata automatica?

La volontà di aprire uno spazio deriva da alcune riflessioni sull’entità dell’arte e sull’autorialità.
Nel 2015 Marzocchi ed io stavamo ragionando sulla possibilità di un atto performativo, o per meglio dire, di un periodo performativo in cui le nostre azioni fossero dedicate alla produzione di opere d’arte, senza coinvolgere nel processo la nostra autorialità.
Da questi presupposti è nato un primo esperimento, che partiva dall’idea di annichilire la pratica artistica personale in favore della pratica di un altro artista: Abbiamo chiamato un artista a realizzare una mostra in un appartamento privato, con il presupposto di diventare strumenti attivi per l’attuazione del suo intervento senza prendere parte alle sue scelte in alcun modo. Ci interessava testare la fattibilità di lavorare duramente per un’idea di qualcun altro senza comparire palesemente nel processo.
Abbiamo lavorato due mesi sottostando ai metodi di azione dell’artista invitato e abbiamo realizzato e prodotto la mostra. A evento concluso non vi era alcuna possibilità di definire la nostra pratica come un’operazione artistica se non basandosi sulle nostre dichiarazioni a posteriori.
Sulla base di questo avvenimento abbiamo deciso di continuare il lavoro strutturando la pratica in maniera tale da poter includere nel suo corso una serie di diverse possibilità di azione, tra cui anche l’eventualità di concretizzare idee personali, con l’intento di promuovere operazioni artistiche, incontri privati o eventi collettivi. Così è nata l’idea di cercare uno spazio, affittarlo, ristrutturarlo e renderlo attivo. Attualmente lavoriamo sodo per rendere vitale la realtà di Gelateria Sogni di Ghiaccio e consideriamo questo lavoro come parte della nostra personale pratica artistica.

L’uso della parola libertà, associata a sperimentazione, nel sito, mi ha fatto notare che in questa fase non rendete nota una programmazione a lungo termine né una vera e propria linea che detti le scelte che farete. Lo spazio ospiterà quindi approcci e tematiche diverse?

L’attività Gelateria Sogni di Ghiaccio accoglie i più recenti sviluppi delle nostre idee rispetto alla produzione artistica e all’organizzazione di eventi d’arte, per questo è in continuo divenire. Lo spazio si apre ad incontri privati che coinvolgono artisti locali nella discussione o nella presentazione del proprio lavoro, a eventi pubblici dove personalità artistiche singole o collettive si confrontano con lo spazio e con la propria ricerca, a talks, performance sonore, open studio e festini, il tutto intervallato da tante tazze di the turco.

Gli spazi indipendenti aperti da artisti e curatori sono molti. Pensi che – oltre alla loro funzione principale – abbiano contribuito anche a creare nuove forme di socialità?

Credo che la loro funzione principale sia proprio quella di creare forme di socialità attorno all’attività culturale degli spazi stessi. Non so se è corretto parlare di nuove forme, ma forse più di forme contemporanee. Gli spazi indipendenti sono come sedi di piccole tribù, che a volte si espandono a comprendere grandi cerchie di persone, ma spesso hanno difficoltà a relazionarsi al pubblico disinteressato, al pubblico di massa. All’interno di essi si svolgono dai rituali di circostanza a quelli più coinvolgenti, in alcuni si tenta di emulare la galleria xy, in altri si sputa sul sistema, a volte si discute alacremente di filosofia e a volte ci si sbronza fino a non ricordarsi più il proprio nome. Nella mia esperienza ho visto una forte volontà e un guizzo vitale incredibili negli spazi indipendenti, ho visto tanti sacrifici e tanta passione, ho visto il presente e il futuro dell’arte.

Gelateria Sogni di Ghiaccio, veduta dello spazio, Bologna, 2016. ph. Stefano Bazzano.